domenica 1 dicembre 2013

O’Malley e l’idraulico cattolico

“La cultura dell’incontro” del Papa, come la chiama O’Malley, giocherà eccome nelle riforme in discussione, che – nella sua visione - dovranno avere i laici come protagonisti. “Non ci può essere riforma della Chiesa senza di loro” afferma il francescano inoltrandosi poi in un appassionato mea culpa. “Siamo noi a clericalizzarli” argomenta. “Quando qualche laico si avvicina alla Chiesa corriamo per dargli funzioni liturgiche anziché lanciarlo nel mondo per trasformarlo…”. Ricorda un detto popolare: “Costruiamo lo stadio e la gente verrà”. Per molto tempo ha funzionato, osserva, adesso non più. Lo considera il retaggio di un cattolicesimo identitario. ”Sono cresciuto in un’epoca dove se eri irlandese, italiano o lituano, eri un cattolico che andava in Chiesa e che pagava e obbediva (paid and obeyed)”. Ricorre alla sua infanzia per ribadire il concetto. «Ricordo una volta, quando ero un bambino, che le tubature di casa si erano congelate in un inverno particolarmente freddo. Mio padre non era riuscito a rintracciare l’idraulico abituale, e così ne ha cercato uno con le pagine gialle. Mia madre gli ha detto, quasi supplicandolo, “Cerca di chiamare a un cattolico”. Per i miei genitori irlandesi non c’era niente di peggio che un protestante che metteva mano alle nostre tubature rovinate». Non è più così. Anche perché l’idraulico di allora oggi è probabilmente tutt’altro che religioso. La “disaffiliazione” è stata tremenda, riconosce O’Malley. “La cultura dell’incontro di Papa Francesco, il suo accento su un vangelo sociale ha generato molto entusiasmo. Conosco molte persone che ritornano a dare una seconda occhiata alla Chiesa”. Ma è efficace anche nelle battaglie che ci sono da fare. “Recentemente, nel corso di una campagna per prevenire l’eutanasia nel Massachusetts abbiamo chiesto aiuto agli evangelici, ai mussulmani, ai mormoni e alle Chiese protestanti negre e siamo riusciti a prevalere”.
 O’Malley ha parole d’elogio per la consultazione sulla situazione della famiglia contemporanea voluta dal Papa latinoamericano. «E’ curioso; quando abbiamo ricevuto le 38 domande sono iniziate le lamentele sul fatto che il tempo che avevamo per rispondere era poco, che non c’era stata buona organizzazione da parte del Vaticano… il mio vicario generale era un po’ angustiato. Allora gli ho detto: “domani abbiamo la riunione del consiglio pastorale diocesano, mandiamo le domande oggi stesso per mail e iniziamo a parlarne”. Il giorno dopo sono rimasto attonito vedendo quanto fossero felici per essere consultati su una cosa così importante. Abbiamo deciso di mandare le domande a tutte le parrocchie… I sacerdoti giovani, quelli ordinati negli ultimi cinque anni con cui ho preso l’abitudine di riunirmi tutti i mesi… anche loro sono entusiasti di poter partecipare”. Anche per questo ritiene che il metodo della consultazione possa essere adottato per altre questioni. “E’ un modo di coinvolgere le persone, sentire da loro come potrebbe migliorare la pastorale familiare e allo stesso tempo capire come loro recepiscono gli insegnamenti della Chiesa in questa materia”. “Non è un referendum sulla dottrina, come qualcuno ha voluto presentare l’iniziativa del Papa” obietta. Il riferimento è alle critiche mosse da settori tradizionalisti. Su cui ci tiene a fare un distinguo. “Negli Stati Uniti non ci sono grandi gruppi lefebvristi, come Francia e in altri paesi europei… piuttosto abbiamo gruppi conservatori, che vorrebbero che il papa parlasse sempre sull’aborto… Io rispondo: il Santo Padre ci sta dando il contesto del nostro insegnamento che è la bontà di Dio, la misericordia, il potere di trasformazione del rapporto con Cristo. Siamo pro-vita perché siamo gente compassionevole, non perché siamo lamentosi e sgridiamo le persone che sbagliano. Siamo cristiani per mostrare la misericordia alla donna che in un momento di crisi prende decisioni che la faranno soffrire per tutta la vita…”.

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