
Dottore della Chiesa; Patrono di Milano, Lombardia, Vescovi, api, apicoltori, tagliapietre - Missionario gesuita morto martire
Treviri, 340 circa – Milano, 397
Segue le orme del padre, prefetto romano della Gallia. Ha 30 anni Ambrogio («immortale», dal greco) quando diventa console di Milano, in quel tempo capitale dell’Impero: i suoi compiti riguardano in particolare la giustizia e l’ordine pubblico. Ma nell’autunno del 374 passa inaspettatamente e improvvisamente dal foro all’episcopio.
Ecco i fatti: cattolici e ariani si stanno contendendo il diritto di nominare il nuovo Vescovo, dopo la morte di Aussenzio, e si teme che questa situazione di stallo e di tensione possa degenerare in scontri e tumulti; e tocca appunto ad Ambrogio garantire l’ordine pubblico della città. Però a un certo punto la folla, imprevedibilmente, dopo avere ascoltato il discorso che Ambrogio ha pronunciato per pacificare il contesto e il clima, e dopo essere stata illuminata dalla sua autorevolezza, inizia a gridarlo «Vescovo» (secondo il biografo di sant’Ambrogio, Paolino, è la voce di un bambino che lo preannuncia Vescovo a stimolare l’invocazione-nomina popolare). «Ambrogio Vescovo», urlano dunque i fedeli: proprio Ambrogio che in quel momento è appena un catecumeno in attesa del Battesimo. Il console «oppone resistenza» all’ordinazione, chiede che almeno possa essere rimandata. Ma niente, è tutto inutile: è lui, che conosce benissimo il Diritto ma non le Scritture, che è totalmente privo di preparazione teologica e di pratica pastorale, è proprio lui, il designato. E allora cede, e accetta di assumersi la responsabilità della sede episcopale più importante di tutto l’Impero.
E così, «strappato dai tribunali e dalla magistratura», dice, «ho cominciato ad insegnare ciò che io stesso non avevo imparato». In pochi giorni percorre tutti gli «scalini» sacramentali, ricevendo il sacerdozio il 7 dicembre 374. E poi inizia la sua opera di Pastore distribuendo i suoi beni ai poveri; e studiando intensamente la Sacra Scrittura….
Ambrogio apprende l’arte oratoria, diventando uno dei più illustri e famosi oratori della sua epoca.
Riesce a curare - e a mantenere ottimi - i rapporti con l’Imperatore, senza tralasciare di rimproverarlo quando ciò si rivela opportuno o necessario: in queste occasioni di opposizione ribadisce pubblicamente che «l’imperatore è dentro la Chiesa, non sopra la Chiesa»; e così, quando scopre che Teodosio il Grande ha ordinato una violenta e ingiusta repressione a Tessalonica, il Vescovo Ambrogio non esita a pretendere dal Sovrano una pubblica penitenza per questa decisione.
Quando sta per morire, alle numerose persone - comprese varie autorità della Città – che giungono al suo capezzale pregando Dio di tenerlo in vita, Ambrogio replica: «Non sono vissuto tra voi così da vergognarmi di vivere; ma non ho paura di morire, perché abbiamo un Signore buono».
Dunque, inaspettatamente, questo Vescovo «strappato dai tribunali», senza competenze negli ambiti biblico, teologico e pastorale, stupisce e meraviglia tutti lasciando un segno eccezionale alla e nella Chiesa di Milano - e non solo – in particolare negli ambiti sociale e morale, ma anche in campi come la musica e la liturgia; è un’impronta, quella di sant’Ambrogio, che rimarrà sempre viva, tangibile e attuale nei secoli a venire, compreso il XXI.
Treviri, 340 circa – Milano, 397
Segue le orme del padre, prefetto romano della Gallia. Ha 30 anni Ambrogio («immortale», dal greco) quando diventa console di Milano, in quel tempo capitale dell’Impero: i suoi compiti riguardano in particolare la giustizia e l’ordine pubblico. Ma nell’autunno del 374 passa inaspettatamente e improvvisamente dal foro all’episcopio.
Ecco i fatti: cattolici e ariani si stanno contendendo il diritto di nominare il nuovo Vescovo, dopo la morte di Aussenzio, e si teme che questa situazione di stallo e di tensione possa degenerare in scontri e tumulti; e tocca appunto ad Ambrogio garantire l’ordine pubblico della città. Però a un certo punto la folla, imprevedibilmente, dopo avere ascoltato il discorso che Ambrogio ha pronunciato per pacificare il contesto e il clima, e dopo essere stata illuminata dalla sua autorevolezza, inizia a gridarlo «Vescovo» (secondo il biografo di sant’Ambrogio, Paolino, è la voce di un bambino che lo preannuncia Vescovo a stimolare l’invocazione-nomina popolare). «Ambrogio Vescovo», urlano dunque i fedeli: proprio Ambrogio che in quel momento è appena un catecumeno in attesa del Battesimo. Il console «oppone resistenza» all’ordinazione, chiede che almeno possa essere rimandata. Ma niente, è tutto inutile: è lui, che conosce benissimo il Diritto ma non le Scritture, che è totalmente privo di preparazione teologica e di pratica pastorale, è proprio lui, il designato. E allora cede, e accetta di assumersi la responsabilità della sede episcopale più importante di tutto l’Impero.
E così, «strappato dai tribunali e dalla magistratura», dice, «ho cominciato ad insegnare ciò che io stesso non avevo imparato». In pochi giorni percorre tutti gli «scalini» sacramentali, ricevendo il sacerdozio il 7 dicembre 374. E poi inizia la sua opera di Pastore distribuendo i suoi beni ai poveri; e studiando intensamente la Sacra Scrittura….
Ambrogio apprende l’arte oratoria, diventando uno dei più illustri e famosi oratori della sua epoca.
Riesce a curare - e a mantenere ottimi - i rapporti con l’Imperatore, senza tralasciare di rimproverarlo quando ciò si rivela opportuno o necessario: in queste occasioni di opposizione ribadisce pubblicamente che «l’imperatore è dentro la Chiesa, non sopra la Chiesa»; e così, quando scopre che Teodosio il Grande ha ordinato una violenta e ingiusta repressione a Tessalonica, il Vescovo Ambrogio non esita a pretendere dal Sovrano una pubblica penitenza per questa decisione.
Quando sta per morire, alle numerose persone - comprese varie autorità della Città – che giungono al suo capezzale pregando Dio di tenerlo in vita, Ambrogio replica: «Non sono vissuto tra voi così da vergognarmi di vivere; ma non ho paura di morire, perché abbiamo un Signore buono».
Dunque, inaspettatamente, questo Vescovo «strappato dai tribunali», senza competenze negli ambiti biblico, teologico e pastorale, stupisce e meraviglia tutti lasciando un segno eccezionale alla e nella Chiesa di Milano - e non solo – in particolare negli ambiti sociale e morale, ma anche in campi come la musica e la liturgia; è un’impronta, quella di sant’Ambrogio, che rimarrà sempre viva, tangibile e attuale nei secoli a venire, compreso il XXI.
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